a cura di Luca Bernardini

Piccolo Manifesto per una Psicoterapia Intersoggettiva Delicata (e una rivoluzione di gentilezza allargata)
Possa chi si prende cura onorare la sofferenza altrui come dotata di un senso, per quanto arduo possa essere il viaggio condiviso per riportarlo al cuore. Possa l’incontro in quel noi sacro realizzare la forma più profonda di diritto alla salute mentale. Possa il cuore del terapeuta prestarsi a cogliere tutto ciò che di noi non ci è stato possibile ascoltare: fare spazio, invitare a respirare in un luogo sicuro che sappia accogliere in tenerezza, aprendo spiragli di interezza che chiamino sollievo di ritrovato brillare. Possa un’umiltà saggia dettare il passo, indicarci il limite della differenza che è possibile fare, senza smettere di coltivare la fiducia per l’altro quando gli è impossibile fidarsi della possibilità di un presente meno acuminato.
Possa ogni disagio ritrovare il paesaggio più largo dal quale emerge, ché il dolore si incista tra menti, va in cancrena in famiglie, quartieri, paesi, pianeti più ampi, che non hanno imparato a sentire.
Possa la nostra famiglia umana allenarsi instancabilmente a culla di dolcezza a ogni disabilità della mente per quanto nascosta e trasparente.
Che possiamo trovare presenza carezza… in piena fragilità
16 Luglio 2021
Credo possa essere accurato affermare che la mente umana sia ad oggi tra gli oggetti di indagine più complessi e misteriosi su cui la nostra attenzione si possa posare. Se non bastasse ci si aggiunge quel piccolo dettaglio, affatto trascurabile, che a differenza… dei buchi neri ad esempio, il soggetto che osserva è anche l’oggetto osservato, poiché non possiamo che osservare La mente attraverso Una mente.
Christopher Bollas, uno psicanalista che ho scoperto per le sue acute intuizioni sulla genesi e il senso della psicosi afferma che: “essere un bambino significa sopportare per un tempo prolungato una condizione in cui la mente umana è più complicata di quanto il sé possa sopportare”.
Siamo così tutti portatori di una mente Ferrari (il modello base ha potenza sufficiente per farci impazzire) e viviamo in società, comunità e famiglie quasi del tutto cieche alla mente, nessuno ci insegna a guidare il cuore-motore centrale delle nostre esistenze, nessuno chiede aiuto quando avanzando emergono rumori strani, esce fumo, o qualcosa si inceppa, gira a vuoto, si surriscalda.
Dopo tutto le Scuole Guida per la mente dove sono? Tutti possono andare in giro con una mente come un’arma carica di sofferenza relazionale pronta a investire di sofferenza altre relazioni, e non serve patente.
Prima si tenevano i motori che si pensava fossero troppo su di giri nei manicomi, quando sembravano fuori controllo: li si legava, docce fredde, elettroshock, lobotomia. Qualsiasi cosa pur di spegnere quegli inquietanti motori impazziti, affare da ghettizzare che non riguardava i normali (mai sia! La pazzia non è cosa mia!). Magari di intere famiglie sofferenti uno faceva da fusibile, volontario inconsapevole assorbiva la scarica e diventava esiliabile.
Poi è arrivata la possibilità di regolarli con la psicofarmacologia questi motori pazzerelli, più delicata delle precedenti soluzioni (per quanto incompleta). E ancora in molti la presentano come l’unica soluzione. E qui c’entra anche la questione di potersi permettere o meno altre opzioni, che esistono, ma sono troppo private e privilegiate, non del tutto accessibili a tutti più sul lungo termine.
È arrivata anche l’intuizione che si potessero contenere i sintomi attraverso la parola.
È arrivata anche l’intuizione che i sintomi potessero essere funzionali e avere un significato prezioso.
Ma siamo andati ancora molto oltre, ad oggi tutti i modelli di psicoterapia stanno iniziando a convergere rispetto al senso di un motore ‘in sofferenza’, tutti i professionisti curiosi che hanno avuto la fortuna di avere buoni maestri di vastità iniziano a dire (e praticare nei loro studi) le stesse saggezze rispetto al mistero della sofferenza della mente. L’importanza delle relazioni (teoria dell’attaccamento), il peso del trauma relazionale, l’importanza delle relazioni tra le diverse parti di una stessa persona (teoria della dissociazione), l’importanza della relazione terapeutica (la dimensione intersoggettiva) che cura ciò che le relazioni significative possono aver addolorato, una delicata comprensione emotiva profonda come chiave del cambiamento.
L’importanza dell’accogliersi per potersi aprire alla possibilità di una libertà inedita e saggia.
Tutto questo dà speranza, ma non se ne parla abbastanza, non sono abbastanza i professionisti che ne sono a conoscenza, è ancora capillare e prevalente una cultura riduzionista, semplicistica, che con le migliori intenzioni umilia le verità soggettive e il bisogno di gentilezza che tutti quanti condividiamo come esseri umani, soprattutto quando il nostro motore sta perdendo colpi, o si fonde. Ancora troppe perdute occasioni di incontro e tenerezza!
Troppo giudizio ancora, troppa chiusura alla complessità della nostra mente relazionale e incarnata, immersa nel campo del più ampio micro e macrocosmo allargato.
La psicologia è appena nata ma è straordinariamente politica, ha a che fare con tutti e con tutto, preziosa occasione di interezza e vastità, di delicatezza e profondità. Stiamo già abbracciando il nostro mistero, ma serviamo tutti per chiudere l’abbraccio.
9 Giugno 2021
Conoscere la storia della propria mente significa introdurre un principio di ordine e chiarezza nella propria vita, illuminare stanze buie e incasinate che siamo soliti tenere chiuse perché solo l’idea di metterci mano e provare a riordinare può essere terrificante, stanze dentro. Comprendere il viaggio che abbiamo fatto per sopravvivere alla complessità relazionale della nostra infanzia e adolescenza, dipendenti e privi di strumenti, fragili e innocenti, è l’unica strada per fare amicizia con sé stessi. Smettere di scappare dai mostri che immaginiamo nascosti sotto al petto, andare a guardare dentro l’armadio e in ogni angolo sospetto, iniziare a provare affetto per ogni nostra paura affinché piano piano possa essere lasciata andare mentre ce ne prendiamo cura. Con qualcuno che ci prenda per mano e ci sappia accompagnare con infinita delicatezza attraverso il nostro dolore, e oltre, per poterci iniziare a liberare.
Da quanti anni giriamo alla larga da ciò che ci fa più male? E quanto si amplifica la sofferenza se continuiamo a scappare? D’altronde chi ci ha mai invitati a coltivare un’intimità col nostro mondo interiore?
Forse il nostro unico modo per provarlo a fare è stato giudicarci, minimizzare, spiegare con inadatte piatte mappe interi universi di sensi schiacciandoli su di un piano insufficiente e bidimensionale, razionalizzare, etichettare con parole che impediscono di ascoltare il nostro vissuto sottile, e come il mondo abbia potuto risuonare nel nostro corpo, come il nostro percorso ci abbia segnato su di un piano identitario nucleare.
Comprendere è un’altra cosa rispetto a spiegare su di un piano razionale, lo si fa col cuore, in due, ed è un processo complesso e multidimensionale. Aver già analizzato tutto spesso non basta a stare meno male, perché le relazioni scrivono in noi in un modo profondo che da soli è quasi impossibile decodificare. “La mente è un processo incarnato e relazionale che regola i flussi di energia e informazioni”. Ad oggi questa è la definizione che ha messo d’accordo ricercatori che indagano l’esistente dalle più diverse prospettive della conoscenza umana.
Questa nostra mente che è un motore assai potente e che gira da sempre senza bisogno che la sappiamo guidare, che registra da prima che usciamo dal ventre, prima di imparare a camminare, a parlare, prima di provare a comprendere il nostro sentire, prima di iniziarci a differenziare da chi ci è stato più vicino, più a lungo, per noi esempio imprescindibile e radicale di come poter esistere o come invece evitare.
La nostra società è ancora prevalentemente una società non vedente rispetto alla mente, cresciamo ciechi a ciò che ci costituisce più visceralmente, diamo per scontato che vada da sé, che non necessiti attenzione, revisioni, manutenzione, pratica per poter scorrere più serenamente, senza collassi o esplosioni. Viviamo per questo in un mondo di menti inceppate e sofferenti, che costruiscono relazioni incastrate e sofferte, che generano comunità slacciate e incerte. E viceversa.
Attenzione alla complessità, cammini di cambiamento interiore che richiedono lentezza e gradualità, un passaggio dall’identificazione col nostro pensiero (razionale, analitico, ossessionato dalla prestazione), alla dimensione di un sentire tenero, dal giudicare all’accogliere, dall’evitare alla costruzione di una gentile intimità. Tutto questo suona prepotentemente controcorrente nella nostra società. Nemico del progresso, del successo, dell’efficienza e della remuneratività.
Eppure, non c’è rivoluzione della quale abbiamo più bisogno, il benessere psicologico a cui è stato dedicato questo mese di maggio manca ancora come l’acqua. Ancora non è ritenuto un bene primario, eppure ciascuno di noi se si guarda attorno non può non notare una gran siccità.
Ma la mente non si vede, non si dice, non si calcola, in qualche modo si farà, la sete di aiuto ciascuno impara a tenersela senza dire ah né bah.
12 Maggio 2021
Sappiamo comunicare ciò che sentiamo e ciò di cui abbiamo bisogno nelle nostre relazioni. Con ferma delicatezza. In modo tanto pacato che per l’altro sia possibile aprirsi a ciò che abbiamo da dire, e non sentirsi attaccato, e non doversi difendere. Ciascuno rispettando Sé per onorare Noi. No, quasi nessuno di noi lo sa fare, quasi mai. Non c’è da sorprendersi. A scuola non si insegna a comunicare (almeno non come materia curriculare), a casa spesso si imparano due o tre modi per farlo molto male, imitando adulti che a loro volta vanno a braccio su di un canovaccio che hanno imparato bambini da altri adulti che andavano a braccio (e via e via a sfumare).
Soffriamo tutti di una forma di analfabetismo emotivo grave, transgenerazionale e trasversale. La nostra rete di relazioni è affaticata e lisa da tutto ciò che sentiamo e non diciamo, da ogni piccolo dispiacere che tacciamo, da ogni urto relazionale non condiviso, da ogni ferita avvenuta nel noi ma tenuta per sé. E a volte, forse, al termine di silenzi lunghi giorni, mesi, anni (o al posto di quei silenzi): esplosioni. E sopra il non detto si aggiunge a pesare il detto male di botto, lo strappo, lo sbotto, quel fuori di sé che fa male sentire arrivare e che denuncia un dolore che prima nessuno dichiara e che quindi non c’è. O implosioni silenziose e tremende, che massacrano il corpo e la mente senza che nessuno fuori senta niente, senza che nessuno dentro dica aiuto.
C’è un tavolo tra me e l’altro, e la partita dura già da un po’, ma ci teniamo le nostre carte in mano, a volte ce le mangiamo, anche se non è facile mandarle giù. O le scartiamo forte e male, finiamo per fare confusione, ribaltiamo il tavolo, e in quel noi già non si gioca più. Cresce la tensione, si spenge il senso di connessione e inizia il logorante lavoro della guerra, dichiarata o fredda si smette di comunicare e sentiamo chiaramente che nessuna alleanza può esserci più.
Come prevenire la guerra delle relazioni? Come fare spazio alla pace di una comunicazione ferma e delicata che rispetti i confini e costruisca alleanze rilassate e giocose?
È difficilissimo, ma ciascuno può ricordare (riportare al cuore) questa direzione, possiamo muovere verso la delicatezza e l’apertura, la trasparenza e la tenerezza, il prenderci cura delle parole che costruiscono il nostro stare insieme. In ogni contesto nutrire e non affamare, incontrarsi per poter incontrare davvero. O almeno provare e riprovare ogni volta: a comunicare ciò che sentiamo e di cui abbiamo bisogno, con ferma delicatezza, in modo tanto pacato che per l’altro sia possibile aprirsi a ciò che abbiamo da dire, senza doversi difendere, chiudere, scappare. Fare spazio a sé per onorare noi.
Ogni tentativo una piccola rivoluzione di bene tra le nostre parole, un brillare vero in più, e in meno un dolore: un tacere, ferirsi, ferire.
Aprire alla liberazione di un delicato ascoltare. Avere ancora tutto da imparare…
2 Maggio 2021
Se anche esistesse una realtà oggettiva, questa ci riguarderebbe solo in parte, poiché molto di ciò che siamo capaci di vedere e di sentire è condizionato dalla nostra storia, che continua ad abitarci, spesso in forma implicita, inconsapevole. Più piccoli eravamo quando abbiamo fatto esperienza di qualcosa, più dipendenti vulnerabili inesperti, più profonda l’impronta dentro, più potente la forza che ci porta a rivivere il passato nel presente, anche se non ricordiamo quel passato, anche quando non ci accorgiamo che è scattato e crediamo di vedere di sentire ora quel pericolo, e così proprio ora proviamo a proteggerci maldestramente, come quando avevamo mezzi così fragili ingenui per gestire la nostra mente-cuore, e lo facevamo come meglio riuscivamo, goffamente, il nostro esistere così innocente e dipendente.
Se anche esistesse una realtà oggettiva, questa ci riguarderebbe solo in parte, poiché portiamo dentro noi bambini e adolescenti che cercano ancora di proteggerci come hanno potuto da ciò che li ha feriti confusi, fatti sentire sopraffatti perduti.
Abbiamo imparato un sacco di cose che limitano la nostra libertà di aprirci al presente, lezioni incarnate, scritte in brividi fin giù nelle ossa, apprese come abbiamo potuto nella relazione con chi ci ha accudito come meglio ha saputo.
Eppure dove stia il pericolo e la sicurezza a volte può essere appreso da capo, e la matrice delle nostre paure può esser ricalibrata, si può fare spazio al presente nel presente, e insegnare ad aprirsi alla mente, al cuore a trattarsi de-li-ca-ta-mente, si possono sciogliere i mostri sotto al letto, un bel giorno guardare e non trovare niente, solo un bambino terrorizzato. Allenarsi per anni per provare a abbracciarlo teneramente, finché un bel giorno chissà magari ci riesce, autenticamente: sentire il passato e consolarlo, aprirsi al presente e vederlo più chiaramente.
Sentire il proprio corpo adulto, accorgersi che non è più dipendente, una mente-cuore più lucida accogliente, portare con sé tutti i propri sé, il prossimo passo più libero di quello precedente, di sentire dove si posa, di sapere cosa lo chiama veramente.
Se anche esistesse una realtà oggettiva, questa ci riguarderebbe solo in parte.
Possiamo noi prenderci cura di tutte le nostre verità soggettive, fargli spazio, comprenderle, accoglierle affettuosamente.
14 Aprile 2021
Una POESIA che accende il senso di connessione, di Lorenzo Maragoni.
20 Marzo 2021
La pandemica ‘stanchezza da pandemia’ (‘pandemic fatigue’) termine coniato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, legata al prolungarsi dell’emergenza sanitaria. La radio dà voce alla parte -psicosociale che non può essere staccata da bio-. Da tempo la scienza saggia sa che la salute è biopsicosociale: corpo, mente e relazione sono un tutt’uno indivisibile, sebbene la cultura che ci portiamo ancora dentro insista nel separare queste dimensioni.
STANCHEZZA PANDEMICA – RADIO 3
20 Marzo 2021
Nel corpo si riverbera in mille sfumature il disagio di una mente affaticata.
Nei mal di pancia, nei mal di testa, in ogni piccola o grande, diffusa o concentrata tensione accumulata, nella schiena, le spalle, il collo, la mandibola, o in una fronte quasi costantemente crucciata. E quando viene esclusa ogni causa organica forse si butta lì un’etichetta sufficientemente generica come stress e si prescrivono farmaci antiacidi, antidolorifici, miorilassanti per silenziare l’ultimo campanello d’allarme riguardo ciò che ci accade dentro, che fatichiamo a guardare.
Può esplodere in un attacco di panico come ondata di solitudine: sentirsi morire o impazzire senza capire da dove tutto questo sentire possa venire. E quando viene esclusa ogni causa organica forse vengono usate altre etichette perfettamente piatte, iniettati ansiolitici, prescritti al bisogno, consigliata una terapia farmacologica.
Niente è più carico di emozioni del nostro corpo parafulmini di ogni dolore mentale.
Così quanto e come mangiamo è abbagliante riflesso di come proviamo a consolare la nostra mente provata, fino a equilibri estremi (estremamente sensati) con cui proviamo a compensare vuoti e tormenti, a gridare lamenti silenti, a spararli silenziati, per scoprire spesso di averli criptati troppo bene per sentirli ascoltati, fino a non saperli capire neanche noi che li abbiamo lanciati.
Niente è più carico di significati del cibo, strumento letale per come a volte non possiamo fare a meno di usarlo, nel disperato tentativo di sentire – anche solo – un po’ meno male.
Oggi ricorre la giornata del fiocchetto lilla: contro i disturbi del comportamento alimentare.
Ogni sintomo alimentare ha una storia e un senso e questo senso è profondamente relazionale. Forse però a volte non viene presa in carico la persona, ma il sintomo, come in parte trapela anche dal nome di questa giornata, che invece di essere ‘a sostegno di chi soffre di’, viene definita ‘contro determinati disturbi’, con il solito approccio medico esteso allo psicologico, come se un’infezione batterica e un disagio della mente si equivalessero. Con la differenza che la diagnosi psichiatrica a volte diventa un giudizio, una colpa, una condanna, così il sistema di cura può farsi patologico e patologizzante, dando al dolore di ogni storia personale la mazzata finale.
Ogni sintomo è un messaggio in una bottiglia che galleggia nel mare, ogni terapia è un tuffo per andarla a cercare, ogni tentativo superficiale di cura da parte degli altri rischia di portarla sul fondo del mare.
Ogni anno troppe ragazze (e ragazzi) vengono lasciate sole con il loro disturbo alimentare, sole anche se dentro un ospedale, sole anche se rimandate a casa dopo un intervento chirurgico volto ad anticipare il loro senso di sazietà, sole anche se invitate a mangiare, a non mangiare o a evitare di vomitare, anzi forse lasciate sole proprio con queste esatte inadatte parole. Senza un senso da riscattare, senza avere accesso a una nuova libertà psicologica raggiungibile attraverso un percorso personale. Lasciate sole da una parte del sistema sanitario che continua a tramandare un modello pressoché bidimensionale della sofferenza mentale, limitandosi a nominare e tamponare.
Il cambiamento richiede tempo e cura, richiede una relazione di fiducia e pazienza e delicatezza e premura, richiede coraggio e paura. La sanità mentale a catena di montaggio non cura, serve lo spazio per fermarsi e iniziare un viaggio nelle radici del proprio sentire. Troppo spesso si insegna a chi soffre a zoppicare perché insegnare a camminare richiederebbe troppo tempo e sensibilità alla complessità, amore ed umiltà. Prescrivere farmaci e regimi alimentari significa metterci una pezza ignorando la vastità dell’altro e tutta la sua fragilità, che è anche la nostra.
Non salire in cattedra e non giudicare, ma accogliere e ascoltare davvero, che significa essere disposti a lasciarsi cambiare dall’incontro, ovvero saper andare davvero incontro, ovvero rinunciare a curare e provare a prendersi cura del cuore del dolore dell’altro, anziché ridurre l’altro a qualcosa da aggiustare per poi lasciargli la colpa se non lo vuole fare.
A una mia amica carissima venne detto “sei un caso perso”, dentro un ospedale, è viva oggi malgrado chi le ha detto così, e più intera di quanto avrebbe potuto sognare quando era lì, grazie a qualcun altro che, appena in tempo, ha fatto spazio al suo dolore e ha avuto fiducia anche per lei quando era ormai arrivata a preferire morire. Non è mai semplice, ma si può fare. Serve delicatezza.
Il corpo denuncia ogni ferita del cuore: possiamo noi non silenziarlo… imparare ad ascoltare
15 Marzo 2021
“Vai dallo strizzacuori? Ma sei pazzo? Sarà un infarto al massimo. Resisti. Vedrai che passerà. Ce la puoi fare da solo.”
Essermi formato in psicologia e psicoterapia significa continuare a dimenticare che al di fuori degli ambiti nei quali ho appreso questo mestiere di cura, la mente è spesso dimenticata come variabile centrale della nostra vita di esseri umani. E mi capita di sorprendermi quando mi accorgo che è un privilegio raro sapere che si può chiedere aiuto quando si soffre e avere la certezza che non si è pazzi se lo si fa. Una mente è spaventosamente potente e complessa da gestire, eppure per la maggior parte di noi si potrebbe dire che viviamo immersi in un tacito consenso condiviso: che ciascuno debba cercare di ignorare il proprio dolore come meglio riesce, tenendo duro e andando avanti. Così sintomi più o meno drammatici possono accompagnarci per una vita, e il messaggio che portano resta inascoltato, insistentemente ignorato, abbandonato. La nostra sofferenza annodata continua ad aggrovigliarsi e non può cercare un luogo sicuro in cui provare a sciogliersi e trovare significato, per fare spazio al cambiamento, a un nuovo equilibrio emotivamente meno costoso e più libero. Possiamo tutti fare qualcosa affinché la sanità mentale abbia pari diritti di ogni altro ambito medico nella nostra cultura e nella sanità pubblica. La prima è iniziare a prenderci quotidianamente cura della nostra mente (esistono infinite piccole pratiche, come la meditazione), non abbandonarla a se stessa. La seconda è chiedere aiuto quando soffriamo, non esiste solo la psicoterapia, esistono anche la consulenza psicologica (rispetto a un problema specifico, ad esempio una scelta importante) e il sostegno psicologico (rispetto a una circostanza avversa che non può essere cambiata, come un lutto o un momento difficile della propria vita), esistono la terapia di coppia, familiare, di gruppo. La terza è far presente agli altri l’importanza di prendersi cura della propria mente, e quando li vediamo sofferenti, la possibilità di chiedere aiuto come qualcosa di normale (non sopporto questa parola, ma in questa frase mi piace tanto). La quarta è condividere la nostra esperienza di prenderci cura della nostra mente e di aiuto ricevuto (fare outing: io mi vedo e mi custodisco, e se non riesco chiedo aiuto). Siamo tutti portatori di mente, un motore ridicolmente potente, del quale (salvo chi la studia o se ne incuriosisce) sappiamo poco o niente, sebbene ci riguardi intimamente (quanto il nostro cuore).Che possiamo tenere a cuore la nostra mente, mai come adesso è questione di vita o di morte, ed è da pazzi non farlo.
“Ho visto un cardiologo sai? Ho capito cosa mi stava accadendo. Mi sento meglio. Dovresti andarci anche tu.”
Marzo 2021

Che strana età di sofferta metamorfosi. Un amico regista e 10 attori si interrogano su ciò che lascia dentro quel tempo torbido e confuso. Quali appartenenze, quante regole implicite, e come sia possibile una differenziazione amichevole, crescere cioè, non restare ostaggi degli altri che portiamo scritti dentro. Fare i conti con quei noi insicuri e fragili, trovare piano una strada che sia nostra, tenendo a cuore la regola più preziosa e difficile: ascoltati, accogliti. Ascoltati, accogliti.
Febbraio 2021
Siamo spesso convinti di conoscerci molto bene, ci sentiamo esperti di noi stessi, e sicuramente lo siamo, più di chiunque altro almeno (sebbene ogni tanto persone a noi vicine possano cogliere aspetti che a noi sfuggono completamente). Può capitare però che arrivi un momento nella nostra vita nel quale qualcosa non funziona più, la nostra lettura delle cose, l’equilibrio che ci consentiva di muoverci nel mondo, le spiegazioni che ci diamo su come siamo fatti e il rapporto che intratteniamo con noi stessi iniziano a scricchiolare, il prezzo che pagavamo da anni con apparente nonchalance inizia a farsi troppo alto, magari un sintomo che conosciamo bene si fa più ingombrante, o semplicemente soffriamo senza capire del tutto perché, incastrati in qualcosa che tende a ripetersi in maniera finalmente sospetta. Ma che tipo di rapporto abbiamo costruito e consolidato negli anni con l’unica persona che ci accompagna da sempre e per sempre ci accompagnerà nella nostra vita?
Quando ci fermiamo scopriamo forse che ci siamo frequentati con distrazione e insofferenza, severità, inclemenza, scarsa curiosità e spesso tenendoci a debita distanza. E abbiamo le nostre valide ragioni: cosa potevamo permetterci di essere per sentirci riconosciuti nel complesso sistema di relazioni nel quale ci siamo trovati a essere bambini e adolescenti? E cosa invece era meglio non fossimo, non provassimo, non mostrassimo?
La nostra cultura poi non educa alla costruzione di un’amicizia intima con la propria mente, ci troviamo così a 20, 30, 40 anni pressoché analfabeti riguardo al nostro mondo interiore e la nostra storia emotiva profonda. Finché il sistema politico, educativo (e mediatico!) non sensibilizzeranno alla complessità e alla relazione, all’accoglienza e alla gentilezza, sostenendoci nel familiarizzare col nostro personale universo di significati, la psicoterapia (purtroppo e per fortuna) resterà una preziosa occasione: un vero e proprio “corso di recupero” – per così dire – della propria mente, della propria storia, del senso della propria sofferenza, al fine di trovare un nuovo e più autentico baricentro di aperta e delicata consapevolezza dal quale vivere. Quando il corpo sociale è dimentico di sé, catturato dall’efficienza economica come priorità ineludibile, perdiamo inavvertitamente la partita della connessione, della tenerezza, della crescita spirituale come famiglia umana (queste dimensioni renderebbero forse possibile un’economia su basi radicalmente diverse? Chissà!). In quanti ambiti la competizione, la valutazione e l’incremento della performance eclissano l’incontro e la presenza, la cooperazione e la compassione in nome di una corsa che non sa immaginare altri fini oltre se stessa? La nostra storia personale è immersa in questa società e in questa cultura, le relazioni familiari e amicali che respiriamo fanno eco a un clima più ampio, i sintomi sofferti individualmente sono sintomo di una trascuratezza nella rete delle nostre relazioni. Non so esattamente che senso possano avere le cose che sto scrivendo né che cosa di preciso io voglia dire, ma credo che fermarsi e guardarsi dentro nel nostro mondo significhi andare controcorrente, che sia un gesto rivoluzionario, politico, etico, credo significhi disinnescare parte della bomba che siamo come specie, partendo dall’unica persona sulla quale possiamo fare qualcosa, quella con cui passeremo il resto della nostra vita. Da paziente e terapeuta sento la psicoterapia un processo di alfabetizzazione profonda, che consente di allenarsi nel rivolgere a se stessi presenza e accoglienza, per poi riuscire a nutrire le nostre relazioni con la stessa gentile moneta, anziché portare ulteriore confusione, solitudine e sofferenza.
Possiamo ammettere di essere un mistero per noi stessi? Non pensare di saperci già tutti? Chiedere aiuto nel viaggio? Onorando così il più largo mistero dell’esserci, insieme, brevemente, su questo pianeta. Non avere risposte, restare curiosi
Febbraio 2021
Un amico che sta per dare un esame di psichiatria mi ha chiesto se potevamo farci una chiacchierata, e con l’occasione mi sono tornate in mente un sacco di cose che mi stanno a cuore in quanto psicoterapeuta. Ho pensato a come spesso incontrare qualcuno che ci aiuti a trovare un nome alla nostra sofferenza e un farmaco che la possa tamponare possa dare un incredibile sollievo. La diagnosi e la psicofarmacologia sono strumenti preziosi.
C’è però un’altra dimensione imprescindibile, credo, se vogliamo prenderci cura della nostra salute mentale come famiglia umana, ed è quella di restituire a chi soffre il senso di ciò che gli sta accadendo. A questo riguardo i confini descrittivi che si cerca di tracciare statisticamente in un manuale come il DSM dicono troppo poco del senso di tutti quei sintomi e configurazioni di sintomi chiaramente tracciati. Offrire la possibilità di intraprendere un viaggio nel senso del proprio dolore significa, credo, onorare la complessità e la fragilità della nostra mente, e ogni terapia che guardi esclusivamente ai sintomi, restando cieca alla genesi intersoggettiva emotiva profonda di questi è incompleta e almeno in parte inefficace nel prendersi cura dell’altro.
Nel ruolo di pazienti ci portiamo dentro tanti validi dissuasori (“non è niente”, “non ne ho bisogno”, “ce la faccio da solo” e molti altri che conosciamo bene), che posticipano la possibilità di legittimarci (comunque a malincuore) nel chiedere aiuto per le nostre menti e relazioni ferite.
Spero che sempre di più la sanità pubblica faccia dono ai suoi cittadini della possibilità di riappropriarsi del significato di ciò che di doloroso e apparentemente inspiegabile gli accade dentro. C’è tanta strada da fare ancora in Italia, ma il momento presente è fertile, il pettine è sommerso di nodi e nella nostra cultura prevenuta rispetto alla possibilità di accettare aiuto per il dolore mentale, essere alla frutta aiuta: a chiedere aiuto, e a costruire nuove forme per offrirlo che lo rendano sempre più accessibile per tutti.
Che possiamo mantenere sempre una vivace curiosità per l’incontro con l’altro e per la ricerca del senso sottile e profondo delle nostre difficoltà.
Gennaio 2021
